Barbara Porretta

Vedi tutti i suoi post
Vedi tutti

Ultime recensioni inserite

La straniera - Claudia Durastanti

In rete e sui quotidiani si trovano molte belle recensioni su La straniera di Claudia Durastanti. 35 anni, scrittrice traduttrice, accidental american: nata a Brooklyn da genitori italiani, tornata in Italia, a sei anni, in un paesino lucano in cui c’erano più capi di bestiame che persone, trasferitasi a Roma per studiare Antropologia alla Sapienza e poi emigrata a Londra nel 2011, dove vive attualmente.
Le belle recensioni parlano di una scrittura forte e abile, della ricchezza del vocabolario, dell’originalità nell’affrontare il presente e saperci ragionare sopra. Generalmente non leggo tanti romanzi italiani contemporanei, però negli ultimi mesi ne ho presi in prestito più del solito. Non so se sia casuale questo desiderio di molti autori nostrani di parlare di sé, di raccontare sprazzi della propria esistenza anche quando la vita è così rocambolesca da trasformarsi facilmente in un romanzo. Lo è quella della Durastanti, non tanto per le sue continue migrazioni, quanto per esser figlia di genitori entrambi sordi, indisciplinati e anarchici, passionali e violenti. Personalità forti e ingombranti per una figlia che passa da un’infanzia e un’adolescenza solitaria ad una vita da adulta apparentemente libera da condizionamenti, come lo è stata quella di sua madre.
Un po’ memoir, un po’ romanzo, un po’ lessico familiare, diverse riflessioni e digressioni culturali sull’essere stranieri:
"Possiamo fallire una storia d’amore, il rapporto con una madre. Ma quando una città ci respinge, quando non riusciamo a entrare nei suoi meccanismi più profondi e siamo sempre dall’altra parte del vetro, subentra una sensazione frustrata di merito, che può farsi malattia. Straniero è una parola bellissima, se nessuno ti costringe a esserlo; il resto del tempo, è solo il sinonimo di una mutilazione, e un colpo di pistola che ci siamo sparati da soli".

Claudia Durastanti sa raccontare; entri ed esci da stanze con bucce di mandarino sul divano e calzini di spugna anneriti dall’andare scalzi, finisci in soffitta a leggere decine di libri, marinando ripetutamente la scuola; cammini tra le strade di Londra, ripercorrendo le vicende di Mary Wollstonecraft, Mary Shelley e Anna Bolena.
La straniera è un libro scorrevole, scritto con una lingua elegante, un ricco vocabolario e diversi spunti di riflessione (a partire dai concetti di identità e appartenenza). Però non mi ha convinto. Gli ultimi capitoli, poi, mi hanno dato il colpo di grazia: molto filosofeggiare sull’amore e sulle vicende sentimentali dell’autrice che hanno fatto girare rapidamente le pagine per chiudere il libro e restituirlo presto alla biblioteca.

Diario di uno scrittore in pigiama - Dany Laferrière

Semmai avessi avuto voglia d'iniziare a scrivere, m’è passata dopo aver ascoltato Dany Laferrière a Libri come, lo scorso marzo, ed è scomparsa definitivamente dopo aver letto il suo Diario di uno scrittore in pigiama. Non importunerò scrittori contemporanei con telefonate assurde a ora di cena né invierò manoscritti a destra e manca. Continuerò ad essere l’altro lato della catena, quella che sbocconcella libri presi in prestito dalla biblioteca o cede a raptus di acquisti compulsivi portando a casa romanzi che non sa più dove stipare né quando leggere. Insomma, continuerò a fare la lettrice, senza negarmi il piacere d’ascoltare dal vivo scrittori ironici e irriverenti come l’haitiano-canadese Dany Laferrière. A Libri come, per l’appunto, subito dopo aver risposto a una domanda di Annalena Benini (maniacale nell’esplorare le vite degli scrittori e il loro rapporto con la scrittura), bisbiglia qualcosa alla traduttrice, si alza e se ne va in bagno, come nulla fosse, mentre la sala mormora imbarazzata Ma dove va?
Dany Laferrière dichiara d’aver scritto Diario di uno scrittore in pigiama per dare una risposta definitiva ai tanti aspiranti scrittori - scocciatori che lo chiamavano ad ora di cena chiedendo consigli di scrittura o che stavano lavorando a una tesina. «Con questo libro pensavo di poterli fregare, rispondendo a tutte le loro domande ed evitando fastidiose telefonate. Invece ora mi chiamano per interrogarmi sul libro e sul perché abbia dato questo o quel suggerimento».
Sebbene non sia posseduta dal sacro fuoco della scrittura, ci sono almeno tre cose che inizierò a fare dopo aver letto Diario di uno scrittore in pigiama:
- portare sempre con me un taccuino (è vero, la faccio già. Ma poi lo uso pochissimo fidandomi della memoria. Che inizia a perder colpi).
- Leggere con accanto un bicchiere di vino. Ce n’è parecchio tra le pagine di Laferrière, il quale associa la lettura al vino e la scrittura al caffè (ognuno ha i suoi gusti. Visto che devo ridurre il numero di caffè giornalieri…)
- Trascorrere una giornata immersa in una vasca da bagno (che non ho) e uscirne solo a lettura ultimata, trasformandomi in un lettore acquatico.
- Leggere, leggere, leggere. E di spunti di lettura in Diario di uno scrittore in pigiama ce n’è a bizzeffe.

"Resto convinto che la migliore scuola di scrittura sia la lettura. È leggendo che s’impara a scrivere. I bei libri formano il gusto. E i nostri sensi si acuiscono. Sappiamo che una certa frase suona bene perché ne abbiamo lette tante altre ben scritte. Il ritmo e la musica finiscono per scorrerci nelle vene. Il giudice è invisibile perché è annidato in noi. Ed è un giudice spietato. Critica le nostre scelte in fatto di libri, i nostri gusti, le nostre idee, le nostre intenzioni. Non gli sfugge niente. È una nuova identità."

Di chi è questo cuore - Mauro Covacich

Inizia da un ecocardiogramma in un centro di medicina dello sport, l’ultimo libro di Mauro Covacich, Di chi è questo cuore. Il cuore è il suo, del Covacich runner, fanatico della corsa, del nuoto, cultore del corpo e della prestazione fisica perfetta. Anche dopo i 50 anni. Anche se nella vita fai lo scrittore e non vivi di corsa. Ma il runner convinto finisce per organizzare la sua giornata intorno alla corsa e talvolta pensa che senza la corsa non potrebbe vivere.
Se la corsa è la tua passione, sai di cosa sto parlando e comprendi il trauma di Covacich davanti al mancato rinnovo del certificato per attività agonistica, motivato dalla frasetta della cardiologa: “Eh sì, per un po’ lei deve stare a riposo”.
Di chi è questo cuore è un romanzo pieno di corpi, di ossessioni, di radio, della Roma del Villaggio Olimpico; è un continuo scrutare le persone che circondano l’autore, alla ricerca della loro duplicità: il modo in cui si presentano all’esterno e la fragilità interiore, le molteplici forme del dolore.
Non ci sono personaggi in questo libro ma persone: quando Mauro Covacich dice io, intende lui medesimo, quando parla della sua compagna, Susanna, si riferisce a Susanna Tartaro, curatrice dello storico programma Fahrenheit, in onda su radio3.
Un libro coraggioso: la sincerità nel mettere su carta brandelli di vita che io, ad esempio, se fossi stata la compagna di Covacich, dubito avrei permesso di fare.
Covacich cerca di placare la sua inquietudine, partire da una sensazione di disagio vissuta in prima persona, per sviscerarla attraverso la scrittura.
Allora perché la mia irrequietezza è aumentata nel corso della lettura? Forse perché mi sono ritrovata in alcune elucubrazioni di Covacich; forse perché in alcune pagine racconta anche le mie fobie, il mio parlare da sola, il mio sentirmi costantemente fuori posto. Un romanzo difficile da classificare.

Di chi è questo cuore è uno dei 12 finalisti al Premio Strega 2019.

Selva oscura - Nicole Krauss

New York, Tel Aviv, il tema del doppio, un cappotto, una valigia, l'ignoto, l'ebraismo, Kafka e un titolo (Forest Dark, nella versione originale) che ci riporta drittidritti a Dante. Così tanta roba da rischiare di smarrirsi nella selva oscura di Nicole Krauss.
Epstein è uno dei due protagonisti del romanzo, un uomo che ha orientato la sua vita a rispondere a qualsiasi domanda prima ancora di sapere cosa gli venisse chiesto. Ha lavorato caparbiamente per trasformare le sue debolezze in punti di forza, accumulando una ricchezza immane. È bastato imporre la volontà della mente a quella del corpo, anteponendo la professione di avvocato al resto.
Poi, un bel giorno, inizia a disfarsi di tutte le sue ricchezze con lo stesso accanimento con cui le aveva accumulate. Quando il figlio prova a dissuaderlo da ulteriori atti di filantropia, Epstein risponde che sta liberando spazio per pensare.

Nicole, l’altra protagonista del romanzo, ha numerose affinità con la Krauss, a partire dal nome: scrittrice americana di successo con radici ebraiche, un matrimonio in crisi, un forte legame con Israele. La Nicole protagonista del romanzo ha molti punti di contatto anche con Epstein: entrambi dividono le loro vite tra New York e Tel Aviv, entrambi devono far pace con le proprie radici ebraiche (ne sono attratti ma scettici; entrambi tendono a criticare alcune tradizioni e i rituali dei praticanti), entrambi cercano una via di fuga dal proprio passato, entrambi hanno un legame con l’Hilton di Tel Aviv; entrambi, forse, ritroveranno sé stessi nel deserto. Eppure, i loro percorsi non si incroceranno mai.

E poi c’è Kafka. Nicole, in piena crisi creativa, incontra a Tel Aviv Elizier Friedman, professore di letteratura in pensione e personaggio piuttosto ambiguo, che la convince a riscrivere la vera biografia di Franz Kafka. Pensavate fosse morto banalmente nel 1924 in un sanatorio di Kierling, come c’hanno fatto credere? Niente affatto. È morto in Palestina, in una notte di ottobre del 1956, dove è arrivato clandestinamente e ha vissuto facendo il giardiniere sotto la falsa identità di Anshel Peleg. La tubercolosi che a Praga avrebbe finito per ucciderlo, in Palestina comincia a regredire.
È una storia folle; eppure, leggendo questo romanzo, pervaso da un senso d’inquietudine costante, in cui si oscilla tra realtà e percezione, ogni tanto bisogna darsi una scrollata per non credere a tutto ciò che ci viene raccontato. Kafka non ha mai fatto il giardiniere in Palestina. Forse.

Un romanzo cervellotico, disorientante. Ho preso molti appunti. E ho iniziato a leggere un racconto di Kafka.

Stirpe - Marcello Fois

Esiste il libro ideale da proporre ai partecipanti di un gruppo di lettura?
Se il gruppo accarezza il libro del mese sospirando, inevitabilmente la discussione sarà fiacca (troppi riscontri positivi); in compenso, l’ego di chi ha proposto il titolo crescerà a dismisura. Non a caso, la scorsa settimana sono uscita dalla biblioteca di Ciampino saltellando. Marcello Fois, con la sua scrittura evocativa, che sa d’altri tempi, ha conquistato tutti
Entri in un mondo arcaico e, una pagina dopo l’altra, vedi l’antica Nur, campagna e roccia in cui gli uomini avevano i ritmi dimessi del sole e delle bestie, assumere lo status di città: Nuoro. La vecchia Via Majore diventa corso Garibaldi, l’Ufficio delle Finanze spazza via la vigna, il rigore della Nuoro, provincia del Littorio, sostituisce l’autorità dei briganti locali. La Storia del Continente s’intreccia con le storie delle moltitudini di questo fazzoletto di terra, che lottano per non finire nell’anonimato.
Una storia in cui la famiglia dei Chironi si ostina a metter radici. Orfano e dischente di fabbro lui, Michele Angelo Chironi, frutto non riconosciuto del peccato di una notte lei, Mercede; entrambi venuti dal Nulla combattono testardamente per non ricadere nel Nulla.
Sarà un’esistenza di figli amati e talvolta non capiti, di figli uccisi barbaramente, di figli che non hanno mai visto la luce; una storia di solitudine, di silenzi, di sguardi seri, di occhi bassi, di lunghe ore di lavoro per forgiare il metallo. Sacrificio, dedizione, impegno: le commesse aumentano, la bottega del fabbro diventa un’officina importante, aumentano i denari e le disgrazie. Perché il Fabbro, Michele Angelo Chironi, sa bene che ci vuole un attimo a contravvenire alla regola del pelo dell’acqua in cui deve galleggiare la nostra esistenza.
"Mai sotto la superficie, mai sopra, sempre solo galleggiare… Sul filo, contro l’invidia, contro la commiserazione. Su, troppo in alto, c’è la bestia verde e livida, che mangia male e non digerisce. Giù, sottotraccia, c’è il buffone ridanciano vestito in gramaglie, che con una mano ti accarezza e con l’altra ti pugnala. [...] quello che hai, quello che ostenti, è una precisa sottrazione che tu fai a me. Noi siamo pari dunque: è questo il pelo dell’acqua, il resto è contravvenire. Se tu non sei pari, vuol dire che io sarò di volta in volta superiore o inferiore, invidiato o commiserato; se io non sono pari, costringerò te a venire su con me o ad affondare. Si cammina come sulle braci ardenti, si deve procedere leggerissimi per non bruciarsi, per non far rumore, per non farsi notare."

In Stirpe troviamo sa Gherra, la Prima, “quella vera”, i fascisti, l’omosessualità, il tradimento degli ideali politici, la paura, la follia. Se a questo romanzo dobbiamo proprio trovare un difetto è che ci sono così tante cose, perfettamente incastrate in 250 pagine, da lasciare il lettore esausto. Fois non concede un momento di tregua neppure ai morti che, puntualmente, tornano nelle notti insonni dei loro cari per raccontare la propria versione dei fatti. Di ogni episodio ascoltiamo le chiacchiere del paese e la verità di chi ha vissuto quella vicenda in prima persona.
E se è vero che conversando in biblioteca ci siamo soffermati prevalentemente sui momenti di maggiore sofferenza che caratterizzano il romanzo, è altrettanto vero che nessuno di noi ha chiuso il libro con il cuore pesante. Perché di questa storia tutti abbiamo percepito anche le risate non raccontate.

"Eppure non si ha idea di quanti momenti felici si siano vissuti in quella casa, e non si ha idea di quanta disperazione sia stata risparmiata alla sua famiglia in questa stagione terribile. E quante risate, certo. È possibile che nei racconti le risate siano meno interessanti dei pianti, perché a noi ci piace la passione che si annida dentro alle sventure, ma risate ce ne sono state, e quante. Sarebbe uno sgarbo a Dio dire che dentro alla casa del maestro del ferro non è entrata mai la felicità".

Bello davvero.

L'Arminuta - Donatella Di Pietrantonio

La Di Pietrantonio ha scritto un bel romanzo, in cui un italiano poetico si mescola ad espressioni dialettali che rievocano un’Italia remota. Un dialetto in cui il verbo donare esiste nella sola forma raccontata nel romanzo del “donare i bambini”, così come non esiste il verbo tornare che diventa un “ri-venire”.
Più che un romanzo sulla maternità mi è sembrato un romanzo sull’esser figli, sulla ricerca di quel luogo sicuro che dovrebbe essere l’appartenenza, sapere chi poter abbracciare quando ci si sente smarriti. L’Arminuta non sa dove rifugiarsi. Porta in sé due mondi diversi e due forme d’amore contrastanti: l’affetto della prima madre, racchiuso in una coscia di pollo e un uovo sbattuto con la marsala, e l’accudimento dell’altra madre, che si manifesta in un corso di nuoto, un cappotto nuovo, le lezioni di danza. Due modi d’amare inconciliabili che fanno rimpiangere le “mamme normali, quelle che avevano partorito i figli e li avevano tenuti con sé”. Due modi d’agire di cui comprenderemo le motivazioni solo alla fine del romanzo, quando anche l’Arminuta potrà rappacificarsi col suo destino di bambina donata e restituita.
Una lettura piacevole.

Ne parlo anche qui: https://librinvaligia.blogspot.it/2018/05/larminuta-donatella-di-pietrantonio.html

Leggenda privata - Michele Mari

Michele Mari è uno che non usa il banale termine “dimezzato” bensì dimidiato, nonché altre espressioni come sitibondo, indarno, ambagi piranesiane, zaratustrici apoftegmi. Abituata ad una lingua sobria, contemporanea, talvolta sin troppo giornalistica, il primo impatto non può che essere scioccante. Ma come parla? Ma cosa significa? Perché questo inutile sfoggio di finta cultura? Poi, però, entro nel meccanismo, inizio a capire il gioco e, pur non sapendo dire se mi piaccia o meno, non riesco ad interromperne la lettura.
Superato lo spauracchio linguistico, posso concentrarmi sulla storia. Altra impresa complicata.
Dovrebbe essere la sua autobiografia, scritta su intimazione della famigerata Accademia dei Ciechi, ma a pagina 7 brancolo già nel buio.
Mari inscena una situazione in cui i mostri veri della sua infanzia (il padre, il nonno, le cinghiate…) si scontrano con i demoni della letteratura. Poe contro Enzo Mari che, per carità!, non si osi chiamarlo con un affettuoso “babbo”, altrimenti risponderà con uno sprezzante “fanciullo”.
Tipo brusco Enzo Mari, re del design, padre anaffettivo, autoritario, ingombrante, sempre sull’orlo di sfuriate pazzesche. Non va meglio con la madre, Gabriela, con una sola L, poiché i nonni si erano augurati un bel maschio, da battezzare Gabriele. Tale fu la delusione da limitarsi a mutare solo la vocale finale (mia madre crebbe sapendo di essere nata sbagliata); con il passare del tempo, tutti l’avrebbero chiamata Iela.
Prima d’esser madre fu agile gazzella da roccia, inerpicata sulle vette con Bonatti e Buzzati. Magra come un’acciuga ma “con una manina d’oro”, ad indicare la precisione e il talento innato per il disegno. Donna asciutta che rifiutava ogni frivolezza, sia nel vestire che nella cosmesi, come se ogni flagrante femminilità fosse un tradimento della propria intelligenza e del proprio talento.
In sintesi, un’infelicità costante, come documentano le foto che accompagnano la narrazione: una raccolta di volti perennemente imbronciati.
Con un’infanzia simile, non stupisce che Mari abbia trovato rifugio nella letteratura, né che si sia inventato uno stile che, piaccia o meno, lo contraddistingue dagli altri autori contemporanei.
Ma è poi un rifugio quello fornito dalla letteratura?
"Fuggire dai piccoli orrori della vita, fuggire dalla famiglia, per essere ghermiti dai demoni non è un grande affare: o meglio lo è sotto l’aspetto estetico-romanzesco, ma per il resto, credetemi, cinghia per cinghia… urlo per urlo…"

Patria - Fernando Aramburu

Poco più di 600 pagine in cui non si fa che andare avanti e indietro nel tempo, entrando nelle vite di due famiglie unite da un’amicizia fraterna e bruscamente separate dalla lotta armata. Vite di persone comuni che lavorano, risparmiano, leggono, vanno all’università, s’innamorano, vengono licenziate, vanno in bici la domenica, s’incontrano in pasticceria, trascorrono ore nell’orto o in fabbrica. Tutte cose insignificanti per la Storia. Persone che in fondo non si mescolano troppo con la politica, gente che parla euskera, baschi orgogliosi d’esser tali ma che non perdono troppo tempo in riflessioni filosofiche. Che pensa il diciannovenne Joxe Mari, dopo aver bruciato un autobus e prima di impugnare una pistola e iniziare la lotta armata?
«Lo sapete che non mi piace la politica. Per me è lo stesso se comanda uno o l’altro. Io lotto soltanto per una Euskal Herria come popolo liberato. Il resto, fate quello che volete».
Patria è un romanzo potente che ti trascina nelle giornate e nei pensieri dei suoi numerosi personaggi. E tu sei lì che ti sposti dalla tomba dello Txato alla cucina in cui Miren continua a friggere pesce e non riesci a staccarti dai pensieri pronunciati a voce alta, dalle lamentele, dai sensi di colpa di Xabier, dalle farneticazioni di Joxe Mari, dai silenzi di Joxian. Arrivi alla fine e guardi con sconforto la tua libreria: e ora dove la trovo un’altra storia che mi tenga sveglia la notte, facendomi dimenticare tutto il resto?

Vedi tutti

Ultimi post inseriti nel Forum

Nessun post ancora inserito nel Forum

I miei scaffali

Le mie ricerche salvate

Non vi sono ricerche pubbliche salvate