Barbara Porretta

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Leggenda privata - Michele Mari

Michele Mari è uno che non usa il banale termine “dimezzato” bensì dimidiato, nonché altre espressioni come sitibondo, indarno, ambagi piranesiane, zaratustrici apoftegmi. Abituata ad una lingua sobria, contemporanea, talvolta sin troppo giornalistica, il primo impatto non può che essere scioccante. Ma come parla? Ma cosa significa? Perché questo inutile sfoggio di finta cultura? Poi, però, entro nel meccanismo, inizio a capire il gioco e, pur non sapendo dire se mi piaccia o meno, non riesco ad interromperne la lettura.
Superato lo spauracchio linguistico, posso concentrarmi sulla storia. Altra impresa complicata.
Dovrebbe essere la sua autobiografia, scritta su intimazione della famigerata Accademia dei Ciechi, ma a pagina 7 brancolo già nel buio.
Mari inscena una situazione in cui i mostri veri della sua infanzia (il padre, il nonno, le cinghiate…) si scontrano con i demoni della letteratura. Poe contro Enzo Mari che, per carità!, non si osi chiamarlo con un affettuoso “babbo”, altrimenti risponderà con uno sprezzante “fanciullo”.
Tipo brusco Enzo Mari, re del design, padre anaffettivo, autoritario, ingombrante, sempre sull’orlo di sfuriate pazzesche. Non va meglio con la madre, Gabriela, con una sola L, poiché i nonni si erano augurati un bel maschio, da battezzare Gabriele. Tale fu la delusione da limitarsi a mutare solo la vocale finale (mia madre crebbe sapendo di essere nata sbagliata); con il passare del tempo, tutti l’avrebbero chiamata Iela.
Prima d’esser madre fu agile gazzella da roccia, inerpicata sulle vette con Bonatti e Buzzati. Magra come un’acciuga ma “con una manina d’oro”, ad indicare la precisione e il talento innato per il disegno. Donna asciutta che rifiutava ogni frivolezza, sia nel vestire che nella cosmesi, come se ogni flagrante femminilità fosse un tradimento della propria intelligenza e del proprio talento.
In sintesi, un’infelicità costante, come documentano le foto che accompagnano la narrazione: una raccolta di volti perennemente imbronciati.
Con un’infanzia simile, non stupisce che Mari abbia trovato rifugio nella letteratura, né che si sia inventato uno stile che, piaccia o meno, lo contraddistingue dagli altri autori contemporanei.
Ma è poi un rifugio quello fornito dalla letteratura?
"Fuggire dai piccoli orrori della vita, fuggire dalla famiglia, per essere ghermiti dai demoni non è un grande affare: o meglio lo è sotto l’aspetto estetico-romanzesco, ma per il resto, credetemi, cinghia per cinghia… urlo per urlo…"

Patria - Fernando Aramburu

Poco più di 600 pagine in cui non si fa che andare avanti e indietro nel tempo, entrando nelle vite di due famiglie unite da un’amicizia fraterna e bruscamente separate dalla lotta armata. Vite di persone comuni che lavorano, risparmiano, leggono, vanno all’università, s’innamorano, vengono licenziate, vanno in bici la domenica, s’incontrano in pasticceria, trascorrono ore nell’orto o in fabbrica. Tutte cose insignificanti per la Storia. Persone che in fondo non si mescolano troppo con la politica, gente che parla euskera, baschi orgogliosi d’esser tali ma che non perdono troppo tempo in riflessioni filosofiche. Che pensa il diciannovenne Joxe Mari, dopo aver bruciato un autobus e prima di impugnare una pistola e iniziare la lotta armata?
«Lo sapete che non mi piace la politica. Per me è lo stesso se comanda uno o l’altro. Io lotto soltanto per una Euskal Herria come popolo liberato. Il resto, fate quello che volete».
Patria è un romanzo potente che ti trascina nelle giornate e nei pensieri dei suoi numerosi personaggi. E tu sei lì che ti sposti dalla tomba dello Txato alla cucina in cui Miren continua a friggere pesce e non riesci a staccarti dai pensieri pronunciati a voce alta, dalle lamentele, dai sensi di colpa di Xabier, dalle farneticazioni di Joxe Mari, dai silenzi di Joxian. Arrivi alla fine e guardi con sconforto la tua libreria: e ora dove la trovo un’altra storia che mi tenga sveglia la notte, facendomi dimenticare tutto il resto?

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